Processo Ego Eco, la requisitoria del pm Giuseppe Miliano

Processo Ego Eco, la requisitoria del pm Giuseppe Miliano

L'aula di un tribunale

L’aula di un tribunale

Dov’è la comunità di Minturno? E’ l’interrogativo con il quale il pubblico ministero togato Giuseppe Miliano della procura della Repubblica di Latina ha iniziato stamane la sua requisitoria. Nessun organo comunale, al momento dell’apertura del processo Ego Eco pensò ad una costituzione di parte civile e così la pubblica accusa si trova a concludere in solitaria. Né i cittadini di Minturno saranno risarciti in caso di condanna in primo grado.

Pesantissime le richieste della pubblica accusa: oltre 40 anni di reclusione per frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata da comminare a Vittorio Ciummo (6 anni), Augusta Ciummo (3 anni), Anna Antonia Romano (2 anni e 6 mesi), Gerardo Ruggeri (3 anni), Liberato De Simone (4 anni), Carmine Violo e Giuseppe Papa (4 anni), Anacleto Fini (3 anni), Michele Camerota (4 anni), Giuseppe Sardelli (3 anni e 6 mesi), Romolo del Balzo (5 anni). A cui vanno ad aggiungersi le pene accessorie (interdizioni, ecc.), la confisca di alcune somme ed il pagamento delle spese processuali.

Come noto il processo celebrato dal giudice Monocratico Carla Menichetti davanti al tribunale di Gaeta riguarda la gestione dell’appalto rifiuti nel comune di Minturno. L’indagine nacque quasi casualmente nel 2007 dalla scoperta da parte delle forze dell’ordine di discariche abusive presso Pantano Arenile ed il deposito ex Asia.

“Si è consentito all’impresa di gestire senza alcun tipo di contrasto fin dalla fase genetica – ha detto Miliano – quanto successo è inquietante, documenti e dati lo dimostrano”. Nella sua esposizione il pm fa più volte riferimento alle testimonianze di Ercole Conte, Tommaso Romano, alle intercettazioni telefoniche e ai pedinamenti della Guardia di Finanza di Formia (testimonianze del maresciallo Domenico Pugliese dell’allora capitano Alessandro Lo Bello, del maresciallo ClaudioBove dei carabinieri di Minturno), alle delibere con le quali si sono affidati altri servizi aggiuntivi che invece erano ad avviso suo e del consulente del tribunale già compresi nell’appalto originario.

Molti gli atti amministrativi passati sotto la lente e contestati attraverso i quali sarebbe stato “drenato” il denaro pubblico. Secondo quanto prospettato dalla procura dall’iniziale contratto di appalto per 969mila euro si arrivò a 2.150.000 euro. L’allargamento delle zone da servire era effettuato secondo le difese in base ad uno stradario. Ma ben tre corpi militari, nonostante le ricerche non lo hanno ritrovato, facendo presupporre che non esistesse e che dunque il servizio previsto nel contratto di appalto si riferisse già all’intero territorio di Minturno: non vi era alcun bisogno di erogare nuove somme, perchè quei servizi erano già stati pagati. Stesso discorso per l’uso di mezzi aggiuntivi. Definita poi “plateale” la liquidazione di una fattura da parte del Comune di Minturno nel febbraio 2010 in presenza di un Durc negativo, contrariamente a quanto previsto dalla legge.

Nelle intercettazioni compare spesso la figura di un manovratore dietro le quinte. “Babbo” o “Baccalà” sono alcuni dei nomignoli ricorrenti. Ma chi ha mosso in questi anni i fili che hanno consentito all’imprenditore Vittorio Ciummo di rimanere per 15 anni, attraverso il cambio di quttro ditte e la gestione di due appalti, radicato all’interno del comune di Minturno? Per la procura della Repubblica di Latina quegli appellativi sono da addebitare all’ex consigliere regionale Romolo del Balzo. Secondo Giuseppe Miliano, in un comune piccolo come quello di Minturno, dove dirigenti e politici vivono per forza di cose a stretto contatto e si incontrano quasi quotidianamente, Del Balzo rivestiva un ruolo “apicale”. Tanto da far presupporre una cointeressenza economica e gestionale. In fase di indagine il pm aveva inquadrato la figura dell’ex consigliere regionale come “imprenditore diretto”. Ma nell’iter giudiziario non sono stati trovati i riscontri per una fattispecie di questo tipo. Nè è noto il “prezzo” o altra utilità che gli imputati avrebbero ricavato dal loro coinvolgimento. Miliano ipotizza un “contratto con oggetto inesistente o parzialmente inesistente”. Ma in udienza ammette che si è nel campo delle pure ipotesi, che di fatto sono state archiviate.

Nello stesso “ambitus operativo” è inquadrato anche l’ex sindaco Sardelli. Nelle intercettazioni l’allora primo cittadino non prende posizioni nei confronti di Carmine Violo, ma insiste affinché siano trovate soluzioni perché la ditta Ego Eco possa continuare ad operarte con il comune di Minturno. Per la pubblica accusa entrambi avrebbero concorso insieme al dirigente nella realizzazione dei reati ascritti, scavallando le garanzie poste dall’articolo 52 del Tuel (testo unico sugli enti locali) che separano il ruolo dirigenziale da quello politico. A Violo è stato imputato di non aver contrastato sufficientemente gli affidamenti fatti alla Ego Eco (aggiuntivi rispetto al contratto di appalto iniziale) e controllato le fatture.

Conseguenze? Un doppio lucro per l’azienda, che poteva conferire a Latina rifiuti non differenziati. “Il pubblico potere era consenziente”: i finanzieri del gruppo operativo di Formia scoprirono che la raccolta differenziata non si faceva ed i rifiuti venivano miselati.

Il processo andrà a sentenza il prossimo 17 luglio e non il 3 luglio, a causa dell’astensione nazionale degli avvocati a cavallo fra fine giugno ed inizio luglio. Le prossime udienze sono fissate per il 19 giugno (arringhe difensive per gli imputati Sardelli, Papa, Violo e Fini), 24 giugno (arringhe difensive per gli imputati Del Balzo e Ruggieri) 10 luglio (Ciummo Vittorio, Ciummo Augusta e Camerota).

Intanto, l’avvocato Fusco ha pronunciato la sua arringa per Liberato De Simone, definendolo un semplice operaio che “non aveva conoscenza delle pattuizioni negoziali”. Dalle indagini della Guardia di Finanza De Simone sarebbe risultato intestatario di alcune società di Ciummo, ma si tratterebbe di società immobiliari e non operanti nel settore oggetto del processo. Dunque non avrebbe agito “scientemente”, come previsto dal capo di imputazione. L’avvocato Casale ha invece discusso la posizione della sua assistita Anna Antonia Romano. Nella sua arringa il legale ha insistito sulla marginalità della posizione della donna, poco più di un’impiegata addetta alle buste paga e per un breve periodo amministratrice. Si relazionava sempre con i suoi dipendenti e mai con il comune di Minturno. Entrambi i legali hanno chiesto l’assoluzione dei propri assistiti.

Antonello Fronzuto

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