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Mare Monstrum 2013, maglia nera per la provincia di Latina nel dossier di Legambiente

Mare Monstrum 2013, maglia nera per la provincia di Latina nel dossier di Legambiente

Abuso edilizio

Abuso edilizio

Esce con le ossa rotte la provincia di Latina nel dossier “Mare Monstrum 2013” presentato da Legambiente. Addirittura l’ecomostro del Circeo appare nella top 5 degli abusivismi edilizi su scala nazionale per i quali l’associazione ambientalista chiede una corsia preferenziale nelle pratiche di abbattimento, perché sono tra i peggiori esempi dello scempio edilizio vista mare.

Alla fine di ottobre del 2012 è cominciato l’abbattimento dell’ecomostro del Circeo. Sotto una pioggia battente le ruspe, circondate dagli attivisti di Legambiente, hanno tirato giù i primi due scheletri della lottizzazione abusiva in località Quarto caldo nel cuore del Parco Nazionale del Circeo. Poi, più nulla. Parliamo di un gruppo di dieci ville plurifamiliari risalenti agli anni ‘70, 10mila metri cubi di cemento allo stato grezzo vista mare, che i proprietari cercarono di completare a suon di ricorsi e con un condono edilizio, nonostante la revoca della concessione edilizia da parte del Comune. La speculazione si compone di due lotti, uno di quattro scheletri (oggi ne restano in piedi due) la cui demolizione è già stata finanziata dal Ministero dell’ambiente per tramite dell’Ente Parco; l’altro di sei immobili per cui si dovrà seguire un distinto iter. Legambiente chiede al Comune di San Felice Circeo di impegnarsi perché si arrivi in breve tempo al completamento dell’intervento con la demolizione degli otto scheletri superstiti.

Secondo la relazione annuale della Procura nazionale antimafia, la provincia di Latina sarebbe la più interessata, tra quelle laziali, dai fenomeni criminali di tipo mafioso, con ben 253 beni sequestrati e 123 confiscati, per un valore complessivo di 280 milioni di euro. Egemone in tutto il basso Lazio è la mafia campana, in particolare quella che fa riferimento ai Casalesi, anche se non mancano le altre famiglie. Clan che, a prescindere dalla loro provenienza, hanno nel ciclo del cemento uno dei loro pezzi forti, potendo contare su proprie società di costruzione – pronte ad aprire anche cantieri illegali – e sulla possibilità di riciclare parecchi soldi sporchi con un bell’affaccio sul mare del Circeo.

L’assalto del cemento alla costa pontina
Con una delle ultime operazioni antimafia, il 16 giugno, la Guardia di finanza ha sequestrato nell’ambito dell’operazione Bad brothers un immenso patrimonio al clan Mallardo tra le province di Latina, Napoli e Caserta per un valore di oltre 165 milioni di euro. Tra i beni, anche società di costruzioni e immobiliari, insieme ad alcune strutture turistico-ricettivo. In questo territorio le mafie non sono gli unici nemici della costa. L’abusivismo edilizio infatti continua senza sosta a sfregiare il litorale. Emblematico il sequestro nel marzo dell’anno scorso di una villa abusiva – con tanto di piscina e pertinenze varie – a Formia, sul lungomare di Vindicio, costruita a ridosso di resti romani di inestimabile valore archeologico. L’abuso, scoperto quasi casualmente dalla Guardia di finanza e dai carabinieri, sorgeva infatti sopra un sistema di grotte di epoca romana risalente al I secolo a.C. con affreschi di notevole fattura, così come accertato dalla soprintendenza ai beni archeologici del Lazio. Grotte trasformate in cantine e magazzini, oppure in stanze con ogni genere di confort. Abusi edilizi che, come ha spiegato la soprintendenza, hanno violato decreti ministeriali di tutela, ma i cui danni, seppur considerevoli, non sono stati ancora quantificati, visto che alcune parti delle murature originali sono state addirittura distrutte e gettate via. Sono stati gli stessi militari del Nucleo tutela ambientale dell’Arma dei carabinieri ad accertare, ad esempio, la presenza di alcuni frammenti di anfore antiche che, insieme a materiale di risulta, erano stati gettati in alcuni sacchi pronti per essere smaltiti senza alcun riguardo.
Altro caso di eclatante abusivismo edilizio scoperto in provincia ha riguardato Terracina. Il 22 febbraio, infatti, il tribunale di Latina ha indagato quattro persone e posto sotto sequestro l’area industriale dove un tempo sorgeva l’industria di pomodori pelati Desco. Un’area estesa per 63mila metri quadrati e per un valore di 30 milioni di euro. I reati contestati sono falso, abuso d’ufficio e lottizzazione abusiva. Qui, secondo il progetto, dovrebbero sorgere due hotel, 180 appartamenti, un centro commerciale per un’estensione di 30 mila metri quadrati e un centro sociale per anziani. Si tratta di un progetto di riqualificazione approvato con un accordo di programma insieme alla Regione Lazio con una variante al Prg nel quale, secondo la Procura, non ci sarebbe alcun interesse pubblico prevalente. Per la cronaca, i sigilli su questa zona erano stati già apposti nel 2010 con l’operazione antimafia “Arcobaleno” portata a termine dalla Dda di Napoli, intervenuta dopo una lunga indagine che vedeva coinvolto il clan camorristico Mallardo e che portò all’arresto di 11 persone legate a una holding imprenditoriale edilizia operante tra Roma, Latina e Napoli.
Ancora più a sud, a Sperlonga, l’estate scorsa, il 2 luglio, è arrivata la prima sentenza di condanna sugli abusi edilizi realizzati nell’hotel Grotta di Tiberio. Armando Cusani, presidente della Provincia di Latina e all’epoca sindaco di Sperlonga, è stato condannato, insieme al suocero, a due anni; un anno, invece, è toccato al funzionario tecnico comunale sotto processo. Gli imputati sono finiti sotto accusa per alcuni lavori effettuati all’interno dell’albergo. Come si legge nelle motivazioni, 87 pagine depositate nell’ottobre del 2012, è stata riconosciuta “l’abusiva attività di ristrutturazione edilizia del ristorante-bar-discoteca ‘Grotta di Tiberio’ sito nel Comune di Sperlonga sulla via Flacca al chilometro 15+650, trasformato in forza di titoli abilitativi illegittimi o in assenza di essi, in un complesso alberghiero dotato di piscina e di servizi annessi, mediante demolizione dell’originaria struttura e costruzione di nuove opere implicanti consistenti aumenti di superfici e volumetrie, in violazione dei limiti e vincoli imposti dalla normativa urbanistico-edilizia vigente”.
L’abusivismo edilizio in riva al mare è un reato nel quale, spesso, “cascano” pure personaggi noti. A proposito di abusivismo “griffato”, il Tribunale di Latina, a metà marzo, ha condannato a un anno e due mesi di reclusione Candido Speroni, marito della stilista Carla Fendi, insieme al titolare della ditta che nel 2005 eseguì i lavori di ristrutturazione all’interno della nota “Villa Fendi” sorta sulle splendide dune di Sabaudia, in pieno Parco nazionale del Circeo. Tra i reati contestati, abusivismo edilizio, violazione del vincolo paesaggistico e violazione dei sigilli. La condanna è stata inflitta per alcuni vialetti realizzati nel parco della villa necessari a collegare una serie di manufatti utilizzati per impianti tecnici.
Infine, nel dossier vengono ricordate altre due “vecchie conoscenze” di Legambiente. La prima riguarda la presunta lottizzazione abusiva compiuta all’interno del camping Santa Anastasia di Fondi, ancora sotto sequestro in attesa del prossimo pronunciamento dei giudici. Camping dove negli ultimi trent’anni in circa 13 ettari di fascia costiera tende e roulotte sono state progressivamente soppiantate da un imponente complesso turistico-residenziale fatto di strutture permanenti, dotato di bungalow, ristorante, bar, edicola, tabacchi, bazar, sportello bancomat, studio medico, strutture sportive, piscine, servizi igienici e persino una piccola chiesa. La seconda vecchia conoscenza riguarda il “Villaggio del Parco” a Sabaudia, una imponente lottizzazione compiuta su un fondo agricolo di 12mila metri quadrati per la costruzione di un complesso casa-albergo destinato “a fini sociali” (piccoli appartamenti per anziani autosufficienti, con divieto di vendita degli immobili), in realtà trasformato in normali abitazioni private poi immesse nel mercato immobiliare. Ciò grazie a una delibera del 16 agosto 2004, con la quale il Comune, venendo meno a precedenti convenzioni, rilasciò permessi per costruire 285 unità abitative autonome, poi vendute a plurimi acquirenti e accatastate come villini residenziali, nel “più assoluto spregio delle previsioni pianificatorie e non rispondenti alle disposizioni regionali per le comunità di alloggio per anziani”, così come hanno scritto gli inquirenti dopo il sequestro. Secondo la Regione Lazio, il permesso a costruire sarebbe illegittimo perché in contrasto sia con la variante regionale del 1988 che con il piano di lottizzazione del 2000. Nel maggio dello scorso anno la Corte d’appello di Roma ha confermato la condanna a due anni comminata in primo grado nei confronti della proprietaria del terreno sul quale sono state realizzate le costruzioni e del figlio, titolare della società Immobiliare che ha seguito l’operazione, per concorso in lottizzazione abusiva e abuso d’ufficio. Prosciolti invece, proprio per sopravvenuta prescrizione dei reati, l’ex sindaco di Sabaudia e i due dirigenti comunali sotto indagine. A questo punto manca solo la pronuncia della Corte di cassazione, che potrà decidere la demolizione del complesso, oppure l’acquisizione al patrimonio comunale.

La villa nella grotta di Bruno Vespa a Ponza
Sempre a proposito di cemento Vip anche il noto giornalista televisivo Bruno Vespa è finito in una indagine per abusivismo edilizio e violazione dei vincoli paesaggistici a causa della sua nota villa a Ponza, nella stupenda Cala Feola, con vista sull’isola di Palmarola. Un immobile ricavato in una grotta ipogea, i cui lavoro di ampliamento, secondo i forestali che hanno seguito le indagini coordinate dalla procura di Latina, avrebbero causato lo sfondamento di un cunicolo di areazione e di una parete di tufo che si affaccia direttamente sulle piscine naturali. Dopo l’acquisto, infatti, il giornalista avrebbe chiesto un cambio di destinazione d’uso per 2 grotte originariamente accatastate come deposito, mentre una piscina risulterebbe sulla carte come una vasca di accumulo per le acque a servizio dei mezzi antincendio aerei. Da come si legge su Il Corriere della sera del 26 aprile 2013, questo invaso avrebbe trovato il via libera da parte di Comune e Soprintendenza, mentre la Regione Lazio avrebbe negato l’autorizzazione. Accuse respinte dal giornalista, il quale ha sempre sostenuto che trattasi di lavori eseguiti e completati nella primavera del 2007, cioè prima dell’intervento della Procura, dichiarandosi altresì disponibile a ripristinare le dimensioni originarie del cunicolo. Nel frattempo, all’inizio di giugno, sono stati messi i sigilli alla villa.

La mancata bonifica dell’Isola dei Ciurli a Fondi
L’ecomostro dell’Isola dei Ciurli a Fondi, il più grande del Lazio con 21 scheletri di villette, è caduto sotto le ruspe nel dicembre del 2007. Un lieto fine dopo una lunga battaglia politica e legale nei confronti dei 38mila metri cubi di cemento illegale. Un evento storico, una grande vittoria di Legambiente e di tutti coloro che a partire dal 1968 si sono mobilitati per il rispetto della legalità e contro l’abusivismo edilizio dilagante nel territorio. Abbattimento giunto dopo che il Comune di Fondi è stato “costretto” a intervenire da un esposto di Legambiente con cui si chiedeva alla Regione l’eventuale applicazione dei poteri sostitutivi per inadempienze in materia di lotta all’abusivismo. Un potere sostitutivo che fino a oggi le diverse giunte regionali non hanno di fatto esercitato. Va pure ricordato che all’azione delle ruspe hanno contribuito anche la sentenza definitiva della Corte di cassazione, che ha condannato i costruttori per il reato di lottizzazione abusiva, e l’inserimento dell’Isola dei Ciurli all’interno del monumento naturale Lago di Fondi e del Parco regionale dei Monti Ausoni. Un ripristino di legalità che sul litorale laziale aspetta di essere emulato. Con una nota stonata, però. Dopo l’abbattimento tutto s’è fermato e l’area non è ancora fruibile da parte della cittadinanza. Un ritardo ingiustificabile, anche da parte della Regione, visto che, come è stato già detto, nel frattempo il sito è diventato Area regionale protetta. Intanto, parte dei materiali di risulta delle demolizioni è rimasta letteralmente sotterrata dalla vegetazione.

DOWNLOAD: Scarica il dossier completo

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