La verità, vi prego, sul lavoro (chiedendo scusa a W. H. Auden)

La verità, vi prego, sul lavoro (chiedendo scusa a W. H. Auden)

Dicono alcuni che lavoro è nobile
e alcuni che è schiavo,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato all’imprenditore
che aveva tutta l’aria di sapere,
la sua segretaria si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia alle bollette pagate,
o alla fuga davanti al padrone di casa?
Per l’odore può ricordare la polvere,
o avrà un profumo consolante?
È piangente a toccarlo, come una giornata non retribuita,
o lieve come un dignitoso salario?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sul lavoro.

È di W. H. Auden La verità, vi prego, sull’amore, che io oggi prendo in prestito e trasformo un po’ per iniziare il mio racconto su come andarono i fatti, nel tentativo di stanare il bello dove si annida e di incoraggiarne la diffusione, tra l’altro, anche per tentare di uscire dall’empasse in cui si trova il nostro territorio, tristemente, drammaticamente spopolato di turisti avveduti.

La cucina di un ristorante

La cucina di un ristorante

Di quattro locali della baia di Scauri conosco bene le cucine perché vi ho lavorato. Credetemi, se potete, se vi dico che non vorreste conoscerle altrettanto. Mi dico da molti anni (da quando cominciai a lavorare, per quanto ho lavorato) che non esistono lavori poco dignitosi ma esistono modi poco dignitosi di svolgere qualsiasi lavoro. Nella fattispecie quest’estate ho fatto “la prova” (le virgolette sono cautelative, in realtà, poiché i termini qui usati sono proprio quelli usati dai proponenti lavoro, solo che si sono rivelati a dir poco ambigui) in due locali diversi, le due domeniche passate, come “aiuto in cucina”, o lavapiatti/lavapentole che dir si voglia.

Nel primo dei due si è trattato di barcamenarsi in una cucina governata da un sedicente chef che, pur avendo investito in una cucina costruita ex novo all’interno di un lido, non ha previsto quell’organizzazione minima che permetterebbe a chi lavora per lui di svolgere il proprio lavoro al meglio, rendendolo dunque un imprenditore contento. Lasciando stare le intemperanze caratteriali che sono, semmai, un problema personale della proprietà, vi dico però delle finestre della cucina, per esempio, che danno direttamente sulla strada e sulla spiaggia, senza il filtro di zanzariere e dalle quali entra copiosa la sabbia, oltre che gli insetti; di come in quella cucina si ricongelino alimenti scongelati, oltre che cucinare alimenti congelati senza dichiararne l’origine sui menù. Che si preparano bocconi di cibo in stile iberico ma con un esagerato anticipo sulla loro degustazione e, quel che è peggio, che una volta preparate, quelle leccornie giacciono su banconi aperti, con le suddette finestre aperte, per ore, anziché in banconi frigoriferi. Vi racconto, solo per darvene un’idea, che non essendoci un office per i camerieri, i piatti sporchi di ritorno dalla sala si mischiano ai pianti pronti per uscire dalla cucina, con evidenti problemi di igiene. Diciamo che non andrò mai a mangiare in quel locale.

Nel caso del secondo locale dovremmo coniare un neologismo per definire quella che lì viene chiamata cucina. Un locale sotto il livello della strada, decisamente non a norma, popolato da colonie di scarafaggi, dove, nonostante la squisita gentilezza dei proprietari, non si può lavorare bene (dove per bene intendo in modo dignitoso) poiché mancano le elementari norme igieniche, a partire dall’altezza del soffitto, dalla pulizia dei muri, dalla tenuta degli intonaci e delle mattonelle (pulendole me n’è rimasta una in mano, dopodiché, per non rischiare un crollo generalizzato, ho dovuto soprassedere), nonché l’abitudine alla pulizia profonda giornaliera, inevitabile prerequisito per la buona riuscita delle pietanze, oltre che dovere etico morale nei confronti di chi, quelle pietanze, le pagherà.  Andrò lì con i miei ospiti, in futuro? Mah, diciamo che non è probabile.

Non sto a raccontarvi quello che succede in almeno altre due attività di ristorazione, per pietà e perché credo che abbiate capito l’antifona.

La domanda è, a questo punto: perché? Com’è possibile che non intervengano i NAS o almeno l’ASL? O meglio ancora: perché anziché intervenire in modo punitivo e sanzionatorio a danno compiuto, non si vigila e previene lo schifo con reali corsi HCCP (e non la farsa dei corsi attuali) dove si educhi realmente all’igiene e alla corretta somministrazione degli alimenti? Perché non rispettare il cliente davvero, offrendogli cibo buono, preparato e servito nel rispetto delle norme igieniche? Perché un turista avveduto dovrebbe mai frequentare i nostri locali?

Infine, da aspirante lavoratrice con un bel po’ di esperienza sulle spalle, chiedo: non sarebbe meglio lavorare e far lavorare i propri dipendenti in condizioni salutari,  per produrre e somministrare alimenti e pietanze memorabili, al fine da essere almeno contenti (se non proprio felici) tutti, in modo da essere poi contagiosamente allegri (se non addirittura sfacciatamente felici) anche con i clienti che così attiverebbero un benefico passaparola, facendo la fortuna vera dei locali in questione? Cercate di ricordare: il locale/ristorante/pub/bar/albergo/pensione/B&B nel quale siete stati meglio, nella vostra memoria, non è quello dove avete mangiato/bevuto/goduto grazie ai buoni sapori e ai sorrisi di chi ve li ha serviti? Infine: abitiamo una terra in cui frutta e ortaggi hanno sapori intensi, dove i formaggi hanno fama mondiale e i pesci vengono pescati ogni giorno. Non ci manca nulla. Sono il nostro oro, maledizione, facciamone allora i nostri gioielli!

Vi avevo parlato di murales, di verde pubblico e ora di possibile buon cibo e sorrisi.
Monica Penitenti

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