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Turbata libertà degli incanti (ovvero scrivo di impegno perché sono ad un bivio)

Turbata libertà degli incanti (ovvero scrivo di impegno perché sono ad un bivio)

hopeTornai in questi luoghi, quella volta, provenendo da nord. Il golfo di Gaeta, sornione, se ne stava placidamente disteso al suo posto, aprendo appena gli occhi ai primi bagliori di un’alba carica di promesse. Limpida l’aria sull’orizzonte, aveva tirato a riva Ischia, che così vicina non era mai stata. La posizione sopraelevata della ferrovia permetteva ai viaggiatori di distendere lo sguardo fino a molto lontano e io, anche quella volta, lo distesi.

Stirai, in effetti, anche i pensieri e lasciai che la speranza, ancora una volta, sollevasse l’animo mio, perché tanta bellezza, da sempre, promette felicità. In fondo lasciai che la geografia fisica parlasse e che i miei occhi registrassero la meraviglia. Lo faccio ancora, ogni giorno, perché dell’incanto non sono mai sazia.

In così pochi chilometri, infatti, qui si concentrano mare e montagna (l’altitudine del Fammera e del Redentore, così praticamente a picco sulla costa fanno volare la fantasia del viandante, o almeno la mia, verso voli di deltaplano e aliante), zone rurali e piccole perle cittadine (ditemi voi se Maranola non meriterebbe un posto nel registro dei luoghi incantati), grandi insospettabili belvedere (affacciatevi, per esempio, dalla terrazza del nuovo ufficio postale di Minturno) sospesi sulla bellezza come il sorriso di chi gusterà un gelato. Rarità archeologiche (il cisternone di Formia ha un eguale solo in Turchia) e luoghi della memoria pronti a ricordarci che di guerra si muore parecchio (il cimitero inglese del Garigliano) e che pure la vita può essere verde e fresca come un prato all’inglese, appunto.

Se foste armati di bicicletta (la zona offre infiniti percorsi perfetti per chi ami pedalare) vi inviterei a fare un giro dietro gli archi dell’acquedotto romano, a Marina di Minturno, solo per farvi ammirare l’orto di un signore che con precisione svizzera allinea i suoi filari, diversi in ogni stagione, per trarre frutti copiosi dal suo fazzoletto di terra  dipinto con la zappa e, immagino, con il sudore a onorare la fertilità. Perché qui la terra è pure fertile.

Libera di incantarmi, ho scelto di vivere e dare la vita in questi luoghi, proprio perché carichi di promesse, semplici naturali promesse. Premesse facili di possibilissima prosperità, come accade altrove, dove del paesaggio s’è fatto moneta corrente, coniugando attenzione e cura, solidarietà e lavoro duro.

Osiamo, porca miseria, allora! Buttiamo il cuore oltre la siepe, o potiamo ‘sta cavolo di siepe che non ci lascia vedere  la formula per trasformare il potenziale in reale. Osiamo, insieme, oh amministratori gattopardeschi perché se no vi denuncio per turbata libertà degli incanti*

 

*ooops, ho scoperto da poco che esiste un vero reato con questo nome, che riguarda proprio la P.A. (Cassazione Penale Sez. VI del 28 gennaio 2008 n. 13124 – Il reato di turbata libertà degli incanti è configurabile in ogni situazione nella quale la P.A. proceda all’individuazione del contraente mediante una gara, quale che sia il “nomen iuris” conferito alla procedura ed anche in assenza di formalità.) ma io mi riferisco al gravissimo reato commesso dagli amministratori del territorio, che mi costringono a smettere di incantarmi, turbandomi parecchio, togliendomi la libertà di abitare questi luoghi che amo tanto, costringendomi a pensare seriamente a migrare per sfinimento!

Monica Penitenti

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