La cortesia ai tempi dei calderoli

La cortesia ai tempi dei calderoli

kyenge-calderoliIn cerca di refrigerio, dentro a questa già infuocata giornata di luglio, di ritorno dal mercato settimanale di Scauri, cerco le parole per dire, che perlopiù a non trovare le parole, non si trovano neppure i concetti. Chiedo aiuto, allora, al Devoto-Oli, dove trovo: cortesia (cor.te.sì.a) s.f. Compitezza di modi, rispettoso e garbato comportamento nei rapporti col prossimo. Per non lasciare nulla in sospeso cerco anche: compitezza (com.pi.téz.za) s.f.Garbo, gentilezza negli atti e nel comportamento. Tranquilli, so che fa caldo anche per voi. Non starò quindi a “sparare un merdone” (giuro, qualcuno usa questa espressione per indicare una noiosa esternazione contro qualcuno) sulla maleducazione delle persone incontrate testé. Un mercato è un mercato, direte voi. Va bene. Non sono mica andata in biblioteca, giusto.

Facciamo, allora, che prendo solo spunto, facciamo solo che la camminata al mercato mi ispiri pensieri più ampi, che mi conducono ad una concatenazione di considerazioni e che di queste io vi parli oggi.

Calderoli dice alla Camera (sembra convinto) di aver fatto un errore a dire che nel vedere la ministra Cecile Kyenge non poteva fare a meno di pensare ad un orango. Errore (er.rò.re) s.m. L’abbandono della verità (logica o etica) o della convenienza, provocato da fraintendimenti o travisamento dei valori. Cosa aveva frainteso il celeberrimo autore del Porcellum? Secondo me qualcosina l’aveva fraintesa, ma non credo che lui si riferisse alla stessa cosa a cui penso io. Lui ha dichiarato di avere commesso un errore  a dire quella cosa durante un comizio. Dirla è stato un errore, o dirla ad un comizio? Ora se fossimo tutti certi di non attribuire significati denigratori quando paragoniamo l’aspetto di una persona a quello di un animale, sarebbe perfino simpatico giocare con le simbologie orientali, o con quelle del sud del mondo. Allora io potrei essere paragonata ad una gru, per via delle gambe lunghe e del mento a punta, e la cosa mi onorerebbe, poiché in oriente quell’animale simboleggia la purezza e la virilità (ogni donna ha un lato virile e ogni uomo un lato femminile). Temo però che nell’animo del dentista-ministro per la semplificazione non ci fosse un intento aulico e che il suo paragone Kyenge-orango non volesse essere proprio un complimento alla nostra ministra. Allora l’errore è stato semmai pensare a quel paragone e poi esternarlo in un luogo pubblico dove lui era chiamato in quanto ricoprente l’incarico istituzionale che ricopre. Nemmeno se lui fosse un cittadino qualunque e andando al mercato dicesse quello che ha detto, sarebbe scusabile, figuramoci così!

Cosa c’entra l’incidente Calderoli-Kyenge con la cortesia? Pensateci bene, tutto comincia col dire buongiorno a chi incontriamo, mi scusi a chi urtiamo involontariamente, grazie a chi ha fatto qualcosa per noi. Perché l’altro è nostro fratello, è l’estensione di noi stessi, e noi lo rispettiamo e onoriamo la sua presenza (per quanto occasionale e/o opportunistica possa essere) rivolgendogli pensieri rispettosi della sua individualità e delle sue precipue caratteristiche. Quando non ci comportiamo così, quando questo pensiero non è integrato nei nostri gesti e nelle nostre parole, altri gesti e altre parole hanno carta bianca. Prima o poi troveranno spazio e modo per manifestarsi. Capito?

Torniamo, allora, ad insegnare ai nostri bambini a chiedere permesso, a dire scusa e grazie. Insegniamo loro attraverso l’esempio, non attraverso le paternali. Chiediamo loro il permesso di alzarci da tavola quando abbiamo finito il pranzo, aspettiamo che loro abbiano finito di parlare prima di dire la nostra, evitiamo di portare il telefono a tavola, e chiediamo scusa a chi urtiamo per strada, anche se è stato a causa dello spazio angusto tra le bancarelle di un mercato. E sorridiamo. I bambini ci guardano e prima o poi, diventeranno adulti. Noi possiamo fare la differenza e scegliere se lasciarli diventare o no dei calderoli (cal.de.rò.li) agg. m. di persona razzista, maleducata, usurpatrice, infingarda, e con una incredibile somiglianza con i suini. Non me ne vogliano i suini.
Monica Penitenti

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