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Pesca professionale, la crisi è presente. Nel golfo di Gaeta si attende il decreto sulle demolizioni

Pesca professionale, la crisi è presente. Nel golfo di Gaeta si attende il decreto sulle demolizioni

Pesca

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Pesca, in Italia l’import è 8 volte l’export, mentre invece, per numero di imprese, con 28 mila unità, le imprese ittiche attive in Italia nel 2013 (stabili in un anno) sono ai primi posti in Europa, complice anche la riforma fiscale legata al Decreto sulle Competitività del 2005, nonché l’equiparazione dell’imprenditore ittico all’imprenditore agricolo, e il pieno riconoscimento, fiscale e previdenziale, della molluschicoltura e della mitilicoltura, quali attività agricole.

Sulle tavole italiane arriva invece il pesce da Spagna, Paesi Bassi, Danimarca. Scarsa organizzazione, sistemi di pesca impattanti e inadeguati, scarsa propensione a fare rete i nodi del sistema della pesca italiano. Eppure lo sviluppo costiero della penisola è notevole: 7.456 km con il 60 per cento della penisola bagnata dal mare. Nel nostro paese ci sono quasi 8.200 pescatori specializzati, 6.626 dettaglianti, 3.455 ambulanti e circa 3.700 acquacoltori. Tra le regioni il Veneto conta 4.045 imprese (14,3 per cento), seguito da Sicilia (4.007) e Campania (3.161). E se la Sicilia è prima per pesca con 1.767 imprese specializzate, l’acquacoltura è concentrata in Veneto (1.554) ed Emilia Romagna (1.273).

In Campania si registra un notevole e progressivo abbandono da parte dei pescatori. Sempre nella conta delle imprese italiane del settore tra le province prima è Rovigo (2.135 imprese), seguita da Napoli (2.026), Ferrara (1.757) e Roma con 1438.

I dati sono quelli elaborati dalla Camera di commercio di Milano su dati Istat 2013 e 2012. Il nodo da sciogliere è il fatto che l’Italia importa otto volte più di quello che esporta. A fronte di quasi un miliardo di import (nel primo trimestre 2013) sono state pari ad appena 122 milioni di euro le esportazioni italiane di pesce.

La maggior parte dei prodotti consumati sulle tavole degli italiani proviene infatti da Spagna, Paesi Bassi e Danimarca per quanto riguarda pesci, crostacei e molluschi; i prodotti dell’acquacoltura da Spagna, Grecia e Francia.

Ma quali sono i motivi che hanno impoverito i nostri mari, e conseguentemente avviato il processo di demolizione dei pescherecci?

Troppo facile demonizzare i pescatori, e ancor più i sistemi di pesca. Pesche sperimentali, licenze a tempo, sistemi di pesca impattanti, mancato recepimento delle norme comunitarie, scarsa attenzione verso l’inquinamento marino, sono solamente alcuni dei fattori che hanno compromesso il presente e il futuro dell’Economia del Mare. Per ciò che concerne strascico e volanti, il fermo pesca, inadeguato e fuori tempo, è troppo breve e non in linea con il ciclo biologico e riproduttivo delle specie presenti nel Golfo di Gaeta. C’è poi da precisare che per usi e consuetudini, come meglio specificato anche sulle licenze di pesca, i “nostri” pescatori possono arrivare ben oltre il confine stabilito dalla foce del fiume Garigliano.

In troppi a fare proclami, in pochi a rispondere alle richieste di aiuto, e intanto in troppi attendono il decreto sulla demolizione dei pescherecci per dismettere e scegliere poi se dedicarsi ad una diversa attività o, al contrario, scegliere la via della pensione.
Erminio Di Nora

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