Affacciata sullo stesso mare che bagna Lampedusa

Affacciata sullo stesso mare che bagna Lampedusa

naufraghi lampedusaHo camminato e camminato e ho pagato per camminare. Ho pagato per  sfuggire alla miseria dei campi aridi, senza mio padre a governarli. Ho pagato per raggiungerlo, il mio vecchio padre, troppo vecchio per tornare a casa, troppo vecchio per farcela ancora da solo in quel paese di freddo e lavoro duro dal quale mi ha mandato i soldi per studiare. Ho pagato per imbarcarmi, insieme a troppi altri, su una nave che da lui mi doveva portare, perché io gli potessi dire: “Grazie padre, sono qui per te, mi occupo io di te ora”. Da sotto il pelo dell’acqua vedo la tua faccia, uomo, che mi guardi affondare. Vedo il tuo sgomento, so che sei una brava persona e che ci hai provato a salvarmi. Fa freddo qui, dopo tanto caldo, dopo il fuoco.

Padre perdonami se non ho saputo pagare abbastanza per un viaggio sicuro, che mi portasse davvero fino a te.

Sono morta sbarcando su una spiaggia bellissima. Sono morta camminando, sporca di cherosene, verso il molo. I cadaveri dei miei compagni di viaggio vengono allineati per terra e io cammino, morta, tra loro. Ho un pezzo di plastica dorata addosso, per scaldarmi, e delle mani gentili mi indicano la dottoressa che mi visiterà. Ma se sono morta! Cos’è allora il battito che sento ancora nel  petto? Cos’è il brivido che attraversa il mio corpo? Cos’è il sapore di cherosene che sento in bocca? I bambini, li vedo quei bambini che non sono stata capace di tenere fuori dall’acqua, vedo vedo vedo! La dottoressa mi sorride, mi lava via il cherosene dalla bocca, dagli occhi, dalla pelle. Saprà lavare via anche la morte, che dentro questo mio corpo vivo si è infilata? Sono sopravvissuta a questo viaggio assurdo, dove mi è successo di tutto. Sono morta sopravvivendo.

È solamente un caso geografico che io abiti a Minturno e non a Lampedusa. È lo stesso mare quello che bagna la mia spiaggia. Le correnti, prima o poi, porteranno anche qui l’acqua che ora sta cullando i corpi dei miei  fratelli migranti, morti là.  È solamente un caso storico che io, senza lavoro come molti di loro, ancora non sia impazzita e ancora non abbia perso ogni speranza di farcela qui, senza migrare. È solo un caso umano che io riconosca la fortuna che ho, ad abitare in una Europa continentale, per attraversare la quale, se e quando deciderò di farlo, in cerca di un impiego, non dovrò rischiare la vita su una barca fatiscente.

Migriamo tutti, da sempre, in cerca di un destino migliore. Oggi non voglio migrare dal mio cuore. Oggi ringrazio per la vita che ho. Oggi, che sono morta insieme ai tanti – troppi – migranti del mondo, alzo la testa e non mi lamento. Se mi incontrate sorridetemi, mi basterà.
Monica Penitenti

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