Do i numeri (delle tragedie), ma è solamente l’1 che mi preme

Do i numeri (delle tragedie), ma è solamente l’1 che mi preme

Panoramica del centro storico di Minturno

Panoramica del centro storico di Minturno

1910.
Sembra una data, invece la data giusta è 1963, per la precisione ieri, 50 anni fa.
260.000.000.
Sembra una cifra che starebbe bene con vicino un simbolo monetario (£, $, €, ¥), magari il costo di qualcosa, ma il vero costo non lo abbiamo saputo e non lo sapremo mai.
In giorni in cui la contabilità delle tragedie ci rimanda numeri snocciolati a far sensazione, mi sgorga da dentro una riflessione come un conato inopprimibile.

Il 9 ottobre 1963, 1910 persone morirono (alcune scomparendo completamente) perché 260.000.000 m³ di roccia e terra, staccatisi dal monte Toc, in Friuli, e finirino nell’invaso della diga del Vajont, che tracimò, tragicamente, spazzando via in un lampo interi paesi e, appunto, provocando un numero così alto di morti che nessuno lo ricorda più (se non alle commemorazioni ufficiali).

Perché parlare qui, su Minturnet, una blogzine strettamente territoriale, di una tragedia di cinquanta anni fa, avvenuta in una regione così distante da noi?

Perché quella tragedia non fu il frutto di una fatalità. In fase di progettazione, infatti, il sito di ubicazione della diga fu cambiato più volte, perché di volta in volta si ritenne ciascun sito poco sicuro. L’urgenza di energia, la scelta obbligata di ricorrere a quella idroelettrica, gli stanziamenti  prossimi alla scadenza, però, fecero giungere alla soluzione di costruirla proprio lì, dove poi non resse, sottovalutando colpevolmente il pericolo principale rappresentato da un franamento “stabilizzato”,  proprio in direzione dell’invaso.

Adesso sappiamo che già allora in molti si erano opposti, ma ora possiamo dire che quella opposizione non fu sufficiente.  E il punto sta proprio qui. 1910 morti, sono quelli che ufficialmente sono riconducibili all’allagamento. Quante persone sopravvissute, però, sono morte dentro perché incapaci, impossibilitati, a riconoscere la vita che rimaneva loro, in luoghi completamente trasformati, perché privi delle persone che li avevano abitati, delle case, delle strade, del paesaggio che conoscevano?

Possiamo smetterla di fare sensazione sui numeri dei caduti?

1 è il numero. SOLO 1.

Nemmeno una persona, porca miseria, deve morire perché altri non hanno avuto il coraggio di opporsi a decisioni insensate, distruttive già in embrione. Nessuno, nemmeno un individuo!

Ci si allaga Monte d’Argento perché non si fa manutenzione del territorio; esplode una rivolo fognario tra ombrelloni e turisti, perché non la si è fatta. Per puro caso nessuno si è fatto molto male, in quegli sfaceli. Muoiono, invece, un padre e un figlio venuti in Italia da turisti in un torrente in Toscana, perché non s’è fatta manutenzione del territorio; piangiamo le vittime di Sarno e delle Cinque Terre, (per nominare giusto qualche luogo, qualche sciagura) per gli stessi motivi. Facciamo allora che, per esempio, andiamo a riparare quei luoghi che ci annunciano una tragedia, PRIMA che la tragedia avvenga? Quante volte ancora dovrà allagarsi o franare o erodere un luogo, prima che ci si metta mano? E così parleremmo comunque solo della riparazione di danni già avvenuti. Quand’è, allora, che piuttosto cominciamo a prevenire quei danni, applicandoci seriamente alla manutenzione regolare del territorio?

Quand’è che reagiamo davvero, minturnesi, nativi e no, gattopardesche creature?
Monica Penitenti

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