Di abitudini, nature e Uova di Colombo

Di abitudini, nature e Uova di Colombo

Carmine-SchiavoneL’abitudine è una seconda natura che distrugge la prima. [Blaise Pascal]

Credo che non ci sia altra massima capace di rendere in modo migliore la vicenda del territorio che abitiamo negli ultimi 20 anni. Un mutamento repentino, violento, radicale, che è avvenuto sotto gli occhi di tutti: cittadini, imprenditori, amministratori. O, magari (il che sarebbe anche peggio), senza che questi occhi abbiano visto niente, senza che vi abbiano fatto caso, senza che vi sia mai stato il benché minimo sussulto di fronte a sconci e scempi che si sono andati susseguendo (in particolare nel corso degli Anni Novanta) sulle nostre terre. Come se un’epidemia si fosse improvvisamente diffusa sugli abitanti del Golfo di Gaeta, impedendo loro di vedere sul serio, facendo sì che questi fossero già abituati a quanto stava accadendo nonostante (all’epoca) si trattasse di un fenomeno nuovo, e l’accettassero come un destino ineluttabile, senza la minima reazione. E, sia ben chiaro, qui non intendo riferirmi a reazioni di tipo fisico o materiale (tipo manifestazioni o proteste): mi riferisco a quelli che avrebbero potuto e dovuto essere moti delle proprie coscienze.

Costruzioni abusive come funghi; discariche abusive come muffe: hanno proliferato spuntando come dal nulla, nell’indifferenza generale. Ora, con un ritardo di circa 20 anni, pare che vi sia una qualche reazione, per quanto tardiva, per quanto debole e velleitaria, per quanto inconcludente. Questa sorta di abitudine connaturata ed ereditata ha finito per sventrare la natura e la fisionomia delle nostre campagne, finendo in alcuni casi per insinuarsi fin dentro i centri abitati sotto forma di bidoni debordanti di spazzatura e di incuria imperante.

Alcune zone di aperta campagna, maggiormente isolate, una volta coltivate e successivamente tornate ad una natura pressoché selvaggia, sono state paradossalmente le prime a subire la devastazione di mini-discariche di materiali spesso pericolosi come l’amianto, gli elettrodomestici usati, gli oli esausti, le carcasse di bestiame, i copertoni. Spesso queste stesse aree si trovavano (e si trovano!) a ridosso di corsi d’acqua; appestano perfino quello che dovrebbe essere un tratto del percorso della Via Francigena Meridionale!

Le rivelazioni di Schiavone non mi causano reazioni particolari, tanto mi risultano scontate e tutt’altro che sorprendenti. A proposito, ma il suddetto si è pentito, dopo 20 anni? Ha riflettuto dopo 20 anni sul genocidio che anche lui ha contribuito scelleratamente a compiere, per parlare come se fosse un’anima candida, come se niente fosse, come se lui fosse pulito? O, invece, è in corso una disinfestazione tardiva delle coscienze, per niente meritoria, tanto positiva come fenomeno in sé quanto praticamente inutile?

Ma quello che mi chiedo è: ci volevano le rivelazioni di un inquinatore ed assassino seriale per capire che anche la nostra zona fa parte della Terra dei Fuochi? Non bastava l’olezzo di immondizia bruciata alzarsi dalla parte più a ridosso del Garigliano dopo molti tramonti rosso fuoco a far capire molte cose? Occorreva che ci mostrassero l’Uovo di Colombo?

Tuttavia, ora si parla tanto della discarica di Penitro, la stessa zona che volevano dedicare a “deposito di inerti” provenienti dall’ex Italsider di Bagnoli; la stessa zona su cui hanno impiantato una sorta di distretto industriale al confine tra i comuni di Formia, Spigno Saturnia e Minturno. Ebbene, non mi meraviglia neanche scoprire di questi fusti, che probabilmente contengono materiali pericolosi, niente riesce a suscitarmi una reazione particolare, per quanto si parli, praticamente, del cortile di casa mia.

Come può suscitarmi, ora, una reazione tutto questo, dopo che, nel corso degli anni, sotto i miei occhi, a poco a poco, al posto di strade rurali, di stagni in vecchie cave di creta, di tronchi sul fiume, si sono andati sostituendo stabilimenti dismessi, cemento, asfalto, fusti interrati, lavoro in nero e disoccupazione? E tutto questo, proprio nel cortile di casa mia? Del resto, si sa, la sindrome Nimby non ha confini, e anche io avrei tanto voluto che il mio cortile fosse risparmiato da progetti industriali privi di progettazione in un’epoca che già si definiva universalmente come post-industriale: per cui, lo ammetto, anche io sono affetto da questa malattia, ma non me ne vergogno più di tanto. Anzi, non me ne vergogno neanche un po’. E, comunque, avrei potuto sopportare meglio tale sindrome se quest’area industriale fosse davvero servita in termini di sviluppo della mia terra, piuttosto che lasciarvi sopra un ulteriore bubbone senza senso.

Ma, tant’è… ormai, come dicevo, Schiavone, i fusti, le falde inquinate non mi impressionano più di tanto: in fondo si parla solo di ciò che già tutti sanno e sapevano. Da tempo.

E, in fondo, anche io mi sono abituato, anche io sono divenuto parte di una seconda natura che distrugge la prima.
Marco Tarantino 

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