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Rifiuti tossici interrati anche nel sud pontino. Le parole di Carmine Schiavone nell’audizione desecretata del 1997

Rifiuti tossici interrati anche nel sud pontino. Le parole di Carmine Schiavone nell’audizione desecretata del 1997

Carmine-SchiavoneAnche il sud pontino rientrerebbe nella mappatura dei rifiuti tossici interrati dal clan dei Casalesi. Almeno secondo le parole del super pentito Carmine Schiavone, pronunciate nel 1997 davanti alla Commissione ecomafie, in una audizione i cui verbali sono stati desecretati oggi (il documento completo è disponibile alla fine dell’articolo). La sentenza senza appello pronunciata dall’ex boss riguardava tanti centri del Casertano, “gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita”. E non solo, perché anche la provincia di Latina rientra negli spostamenti dei camion che andavano a smaltire illegalmente i rifiuti. Una confessione che lascia senza parole.

Dice Schiavone: “Per quanto riguarda i rifiuti, noi arrivavamo fino alla zona di Latina, borgo San Michele e le zone vicine erano già di influenza bardelliniana, perché avevano società che vendevano nella zona di Latina assieme ai Diana. Dopo la guerra del 1988 contro i Bardellino, arrivammo noi. Io e mio cugino avevamo comprato un’azienda che mi sono fatta sequestrare perché era ‘sporca’, proprio nella zona di Latina”. Secondo le sue dichiarazioni, i rifiuti arrivavano nel Lazio già prima del 1988, quando la gestione era in mano ai Bardellino e non riguardava soltanto il capoluogo pontino: “Anche a scendere giù, cioè non solo a Latina, ma anche a Gaeta, Scauri e altre zone”. Un viavai di mezzi pesanti e materiale altamente inquinante che si è protratto almeno fino al 1992.

Ma quale tipo rifiuti sarebbero stati interrati? Schiavone dice: “Fusti contenenti tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture. I rifiuti venivano anche da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano. Vi erano molte sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti da concerie. Vi era inoltre qualche camion che veniva dall’estero”.

Un sistema militare, con divise e palette dei carabinieri
Un affare da 600-700 milioni di lire al mese, che ha devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare “che nel giro di vent’anni morissero tutti”. In particolare nel casertano e buona parte delle terre intorno al capoluogo partenopeo. Rifiuti radioattivi “dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi ci sono le bufale e su cui non cresce più erba”, raccontava Schiavone. Fanghi nucleari, riferiva, arrivavano su camion provenienti dalla Germania. Nel business del traffico dei rifiuti, secondo il pentito, erano coinvolte diverse organizzazioni criminali – mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita – tanto da fare ipotizzare che in diverse zone di Sicilia, Calabria e Puglia, quelle cosche abbiano agito come il clan dei Casalesi. Ma i veleni non venivano nascosti solo in provincia di Caserta: rifiuti tossici, a suo dire, sono stati interrati lungo tutto il litorale Domitio e sversati anche nel lago di Lucrino, specchio d’acqua che si trova nell’area flegrea, in provincia di Napoli. Il collaboratore di giustizia si soffermò sulle modalità di smaltimento. “Avevamo creato un sistema di tipo militare, con ragazzi incensurati muniti di regolare porto d’armi che giravano in macchina. Avevamo divise e palette dei carabinieri, della finanza e della polizia. Ognuno aveva un suo reparto prestabilito”.

Il racconto parte dal 1988
Sono 63 le pagine del verbale dell’audizione di Carmine Schiavone, cugino del boss dei casalesi, Francesco, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo rifiuti, a raccontare l’avvelenamento di uin territorio. È il 7 ottobre 1997, un martedì, e Schiavone parla al presidente di quella Commissione nella tredicesima legistaura, Massimo Scalia, al deputato Gianfranco Saraca, e ai senatori Giovanni Lubrano di Ricco, Roberto Napoli e Giuseppe Specchia. Il suo racconto prende le mosse dal 1988, quando si trovava ad Otranto e “l’avvocato Tino Borsa e Pasquale Pirolo mi fecero uan proposta relativa allo scarico di fusti tossici” durante i lavori di costruzione di una superstrada nel Casertano. Schiavone ha già consegnato alla Commissione la copia di alcuni documenti, a disposizione della Direzione Nazionale Antimafia che riguardano non solo amministrazioni della Campania, ma anche della provincia di Massa Carrara, documentazione nella quale c’è l’elenco delle società e dei camion che trasportavano i rifiuti. Della proposta di interrare fusti tossici, ne parla con il cugino boss e con un altro esponente di spicco dei Casalesi, che erano nell’affare, racconta, “con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano e Genova”. I rifiuti tossici e nocivi venivano occultati attraverso imprese del clan in scavi abusivi e la gestione di questo business riusciva a garantire al clan “un compenso di 7-10 milioni (di lire, ndr) l’ettaro”.

“Nel Casertano i sindaci eravamo noi”
“In tutti e 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C’é la prova. Io ad esempio avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a far eleggere il sindaco. Prima era socialista e noi eravamo democristiani. A Frignano avevamo i comunisti. A noi non importava il colore ma solo i soldi, perché cerano uscite di due miliardi e mezzo al mese”. Si legge ancora in uno stralcio del verbale del pentito dei Casalesi Carmine Schiavone, desecretato dopo sedici anni. L’ex boss racconta del periodo dal 1995 al 1997. “A Villa Literno, che era di mia competenza – spiega ancora – ho fatto io stesso l’amministratore comunale. Abbiamo candidato determinate persone al di fuori di ogni sospetto, persone con parvenze pulite e abbiamo fatto eleggere dieci consiglieri, mentre prima ne prendevamo tre o quattro. Un seggio lo hanno preso i repubblicani, otto i socialisti e uno i comunisti. Io li ho riuniti tutti e ho detto loro ‘Tu fai il sindaco, tu l’assessore’ e via di questo passo. Mi dissero che mancava un consigliere per avere la maggioranza. All’epoca c’era Zorro che come boss dipendeva da me e gli ho detto: ‘Andate a prendere Enrico Fabozzo e lo facciamo diventare democristiano’. Infatti lo facemmo assessore al Personale. La sera era comunista e la mattina dopo democristiano”.

Fonte: Il Sole 24 Ore

DOWNLOAD: Audizione Carmine Schiavone desecretata

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