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Pesca di delfini: dal Giappone all’Italia, l’estinzione della Natura

Pesca di delfini: dal Giappone all’Italia, l’estinzione della Natura

mattanza-delfiniLa pesca di piccoli cetacei, delfini e focene da parte del Giappone sta minacciando alcune specie in via di estinzione. Lo denuncia la Environmental Investigation Agency, ong britannica che indaga e diffonde informazioni sui crimini ambientali. In un rapporto, riporta che dati raccolti per oltre 20 anni mostrano che alcune specie sono state pescate oltre il punto critico per il mantenimento del numero di esemplari. La minaccia non arriva solo dal mercato alimentare, ma anche da quello degli acquari, specialmente cinese.

Gli animali vivi, si apprende, sono venduti a cifre che vanno da 8.400 dollari a 90mila dollari. La carne di un solo tursiope, della famiglia dei delfini, è venduta a circa 50mila dollari. Il Giappone ha fissato il suo limite di pesca di piccoli cetacei a 16.655 esemplari nel 2013, ben al di sotto dei 30mila catturati ogni anno prima che il tetto fosse introdotto nel 1993.

Si tratta ancora del numero più alto al mondo. L’agenzia per la pesca di Tokyo non ha commentato il dossier pubblicato dalla ong, mentre il governo del Paese difende la pesca alle balene come una antica tradizione, fonte di sostentamento e necessità per la ricerca scientifica. Il Giappone, denuncia il gruppo con base a Londra, non sta rispettando gli obiettivi di sostenibilità, quindi deve eliminare gradualmente la pratica entro il prossimo decennio. “Il governo ha la responsabilità di ripristinare e mantenere le specie di cetacei ai loro precedenti livelli”, ha dichiarato Jennifer Lonsdale, fondatore del gruppo.

Non accade solo nel lontano Giappone, ma in alcuni ristoranti della nostra bella Italia. Non importa che la vendita sia vietata, non conta il rischio di finire in prigione o di ingerire mercurio. E nemmeno, ovviamente, la protezione di animali a rischio estinzione. Se conoscete le persone giuste, il “black”, questo il nome in codice del mosciame di delfino, è servito anche in Italia.

È questo l’inquietante quadro tracciato da un servizio di Giulio Golia andato in onda durante la puntata de Le Iene Show. Grazie ad alcuni complici, è stato infatti possibile documentare il mercato italiano clandestino della carne di delfino, servita a 180-200 euro al chilo da alcuni compiacenti ristoratori del litorale laziale, che offrono il “servizio” ai clienti più esigenti, discreti e appassionati di un’anacronistica e crudele tradizione alimentare.

“Questo non si mangia da me, eh?!”, ci tengono a sottolineare i criminali. Ma come fanno a procurarsi i filetti di un animale che è vietato catturare nel nostro Paese? Per sfuggire i controlli, si provvede subito a eliminare testa, coda e ogni particolare che possa ricondurre ai delfini. Il delfino, quindi, viene spacciato per uno squalo e può giungere tranquillamente in tavola, preparato alla catalana, alla ligure, affumicato o essiccato. Per essere sicuri che si tratti davvero di delfino, Le Iene hanno fatto analizzare i campioni raccolti. Il dna non mente: stenella striata, il delfino più comune dei nostri mari.

Grazie alla Guardia Costiera tanti reati come quello della pesca illegale, vengono repressi e puniti. Ma per fare in modo che il Mare e le sue creature possano sopravvivere, è indispensabile l’aiuto di tutti e l’indifferenza di nessuno.
Erminio Di Nora

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