Omicidio Rotondo, un giallo ancora irrisolto dopo 24 anni

Omicidio Rotondo, un giallo ancora irrisolto dopo 24 anni

Carmine Schiavone

Carmine Schiavone

“So che c’era in quella zona un vigile che dava fastidio ai La Torre, non so se sia lui. Ne parlammo in un summit in cui c’era anche De Falco”. A parlare è il pentito Carmine Schiavone, oggi collaboratore di giustizia, che ha risposto alle domande dei giornalisti durante la trasmissione “Monitor” andata in onda l’altra sera su LazioTV. La zona in questione è Minturno, per la precisione la frazione di Scauri; il vigile era Salvatore Rotondo, sottoufficiale della polizia municipale, trucidato 24 anni fa. Un delitto ad oggi ancora irrisolto. Torna in tutta la sua brutalità quella terribile vicenda.

Era il 13 marzo del 1990, un pomeriggio soleggiato. Due individui, con il volto coperto dai caschi, in sella ad una moto di grossa cilindrata, freddarono il pubblico ufficiale in una stradina situata nelle vicinanze del Palazzetto dello Sport. Rotondo stava percorrendo a piedi quella piccola arteria poca trafficata. Una traversa isolata, con abitazioni perlopiù disabitate durante l’inverno in quanto affittate nel periodo estivo. Un luogo perfetto per compiere il delitto senza testimoni scomodi. Tre colpi di pistola, esplosi in rapida successione: uno all’addome e altri due alla nuca. Un’esecuzione in piena regola. I due killer fuggirono verso il fiume Garigliano, dove in seguito fu rinvenuta la moto e un casco.

Gli anni a  venire sono stati caratterizzati da indagini, ricerche, testimonianze, riscontri ma senza venire a capo di nulla, solo che i due sicari con ogni probabilità avevano agito su commissione. Già, perché sembra che Salvatore Rotondo fosse un personaggio scomodo. Nei giorni precedenti all’omicidio era stato oggetto di attenzioni particolari. Messaggi diretti e indiretti che – come lui stesso riferì alla stampa dell’epoca pochi giorni prima della sua morte – lo avevano convinto a trasferirsi nel nord Italia, insieme alla famiglia, per vivere in tranquillità.

Due episodi in particolare lo avevano segnato: dapprima si era ritrovato una testa di animale davanti al cancello della sua vecchia dimora e in seguito, alla fine del febbraio del 1990, due sconosciuti con il volto coperto da maschere di carnevale tentarono di entrare nella sua abitazione, ma lui riuscì a fuggire dalla finestra. Due vicende inquietanti, accadute circa due settimane prima del suo omicidio.

Sul conto di Rotondo sono state scritte tante cose: che era un personaggio scomodo e che forse era a conoscenza di molti segreti. Secondo gli investigatori dell’epoca il sottufficiale avrebbe ostacolato il rilascio di licenze ad imprese legate ad Alberto Beneduce. Per questo andava eliminato. Un assassinio deciso a tavolino, insomma. A quell’eliminazione ne seguirono altre, una scia di sangue inarrestabile che caratterizzò quegli anni di piombo: Rosario Cunto (aprile ’90), Alberto Beneduce e Armando Miraglia (agosto ’90), Giovanni Santonicola (9 settembre ’90) e Benito Beneduce (13 settembre ’90). Tutti delitti sui quali, grazie anche alle rivelazioni dei pentiti, è stata fatta luce.

Negli anni sono stati individuati tanti sospettati per l’omicidio del vigile minturnese, anche vicini agli ambienti camorristi casertani, ma mai nessun indagato e soprattutto nessun movente certo, al di là delle solite indiscrezioni. L’unica certezza è che, a distanza di ben 24 anni, i sicari di Salvatore Rotondo non hanno ancora un nome.
Giuseppe Mallozzi

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