Di due ruscelli: lo scorrere dei tempi

Di due ruscelli: lo scorrere dei tempi

L'acqua di un ruscello

L'acqua di un ruscello

Quando ero bambino uno dei miei giochi preferiti era il ruscello dietro casa; ricordo benissimo quante ore passavo con le mani nell’acqua e nel fango, a costruire dighe, sbarramenti, città fluviali immaginarie, porti altrettanto immaginari; il fosso si ingrossava a dismisura in occasione delle piogge autunnali ed invernali, ma l’acqua era sempre presente da novembre a fine aprile, segno che le precipitazioni alimentavano qualche vena sotterranea capace di garantire la permanenza di un flusso costante durante i mesi umidi.

In primavera le pozze che si formavano spontaneamente ospitavano colonie di girini, dei quali ammiravo meravigliato le varie fasi della crescita, fin quando non si trasformavano in anfibi adulti capaci di deambulare altrove. Poi, con la stagione più secca, generalmente da maggio fino a tutto ottobre, il ruscello si seccava a sua volta. Mi faceva tuttavia piacere ammirarne le spaccature del suo letto, ed osservare le modifiche che lo stesso subiva ad opera dell’acqua. Tra l’altro proprio là osservai una volta un esemplare di malmignatta, o Latrodectus tredecimgutattus, detto anche “Vedova nera mediterranea”, l’unico ragno nostrano dal morso potenzialmente mortale per l’uomo.

Comunque, il suono del ruscello dietro casa è uno dei suoni della mia infanzia: il suo sommesso scorrere, quasi timido e nascosto; il rombo arrabbiato delle precipitazioni e del fango invernali; il frinire delle cicale estive: tutto aveva un senso ed un posto nella campagna dove sono cresciuto, ed in questo minuscolo bacino idrografico che, attraverso affluenti via via sempre meno piccoli, si conclude alla foce del Capodacqua/ Santa Croce.

Questo alternarsi di acqua e di secco, di piogge e di girini, di pulci d’acqua e di canne ai bordi del fosso, era l’alternarsi stesso delle stagioni e degli anni. Questo incedere naturale, forse monotono ma rassicurante, si interruppe quasi improvvisamente ad un certo punto, verso l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso: il diminuire delle precipitazioni, o l’aumentare della temperatura, o tutt’e due, o magari nessuna delle due, fecero sì che l’acqua, semplicemente, non apparisse più a novembre, e neanche a dicembre.

E nemmeno per quasi tutto l’inverno. Ci vollero le piogge primaverili per farla comparire, durare per tre o quattro giorni, e farla scomparire di nuovo. E così anche negli anni seguenti, con andamento a volte più regolare, ma non fino al punto da impedire la morte del ruscello dietro casa. Questa è stata la prima e più evidente manifestazione dell’effetto serra nella mia vita.

Per due mesi, fino a pochissimi giorni fa, davanti casa, ho avuto il suono allegro e canterino di un ruscello. Un altro ruscello. L’acqua ha continuato a sgorgare, con uno zampillo, da una pezza di brecciolino che, a sua volta, interrompe cromaticamente il patchwork di asfalto altrimenti detto strada. Un ruscello con sorgente in strada. Non si tratta di un fiume carsico che scorre là sotto, ma di una tubazione rattoppata nel corso dei mesi e degli anni in maniera poco convinta ed approssimativa. Aprendo la porta, soprattutto al silenzio serale della campagna, il canto di questo ruscello rimandava a scenari montani o a quelle musiche new age propedeutiche a sessioni di training autogeno.

Due mesi. Migliaia di ettolitri di acqua che scorrevano, a perdersi verso la pendenza più comoda per il liquido. Uno flusso puro e cristallino, costante. Da cittadini, si è pensato che comunque, non valesse la pena che le nostre serate fossero allietate da questo suono. Anzi, questo suono ci è risultato da subito fastidioso: che strani che siamo, eh? La segnalazione a “chi di dovere” è partita subito; è stata reiterata; è stata ribadita, anche per interposta persona; è stata diffusa via social network o via stampa, testardamente.

Ma il tempo passava inutilmente, ed il ruscello continuava la sua opera sonora, imperterrito, senza che alcuno intervenisse per ucciderne il rumore, sempre più molesto per noi. Finché, l’altro giorno, alcuni uomini, con l’ausilio di un mostro a forma di piccola ruspa, non sono intervenuti per affogare il flusso di acqua in altro brecciolino, per rinchiuderlo in bulloni e toppe.

Due mesi. Forse qualcosa in più. Tanto è durata la vita di questo ruscello davanti casa. E questa è stata un’ulteriore manifestazione degli effetti che la privatizzazione di un certo tipo di servizi può avere nella mia vita.

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