Il viaggio di Marco Gavio Apicio

Il viaggio di Marco Gavio Apicio

Apicio ritratto da Lister nel 1709

Apicio ritratto da Lister nel 1709

Con gli occhi chiusi ed il volto rivolto al sole riusciva a distinguere il caos del porto in piena attività dallo sciabordio delle onde che si infrangevano sullo scafo in legno e scivolavano, con un gioco di capriole, lungo la chiglia sommersa della possente nave romana. Nonostante la nave galleggiasse sullo stesso mare salato sapeva che quelle acque nascondevano un Mondo completamente diverso da quello che aveva lasciato.

L’urlo di un pescatore lo distolse dai suoi pensieri, facendo fuoriscire dal bicchiere alcune gocce di vino al miele e pepe mescolato da lui stesso con tanta cura di proporzioni, aprì d’istinto gli occhi giusto in tempo per schivare un gambero che finì al suolo ancora vivo “Apicio, guarda le dimensioni dei veri Gamberi Libici, tu che dici di essere lo Chef più bravo al Mondo, non puoi non riconoscere che QUESTI sono i migliori, non quei gamberetti di Minturnae”.

Senza scomporsi e sotto gli occhi dell’equipaggio che si pietrificò davanti l’accaduto, si chinò lentamente, sollevò il gambero prendendolo con due dita dalla viscida coda e analizzandolo accuratamente replicò “Amico mio devo dirti due volte grazie: grazie al gamberetto che mi hai appena mostrato posso evitare di mettere piede in una terra di stolti e bugiardi che villantano i loro gamberi come i più buoni e grandi; in secondo luogo devo ringraziarti per le mie murene, grazie a te saranno più grasse e succulente per l’ Imperatore” e mentre il mercato si fermava ed il caos si riduceva ad un leggero brusio che accompagnava le urla del pescatore, Apicio sentenziò “in pasto alle murene” e subito gli schiavi corsero per il mercato in cerca di ingredienti ; dopo poco la stiva era piena di ogni spezia e odore per la preparazione della salsa: pepe, ligustico, santoreggia, pistilli di zafferano, cipolla, prugne, vino mielato, aceto, garum, olio, vin cotto, il tutto messo in un capiente pentolone e far cuocere a fuoco lento per poi cospargere la densa mistura sulla murena arrosto . Il vento si alzò inprovvisamente, l’ancora si levò e la nave di Marco Gavio Apicio riprese il largo per tornare nella sua Minturnae.

Braccia conserte e gambe divaricate coperte da una lunga toga bianca, mento alto e fiero e uno scintillio negli occhi che tradiva un animo romantico mentre guardava il sole che tramontava dietro il mare, spinto dall’amore per la cucina girava il Mondo allora conosciuto alla ricerca di nuovi ingredienti ma ogni luogo veniva sminuito se paragonato al panorama della sua splendida Minturnae, i monti si immergevano dolcemente in quell’acqua brillante come una donna che alza un lembo della tunica per sentire quanto sia fredda l’acqua e poi rimane con i piedi immersi, stesa sulla riva a guardare il sole e respirare l’odore del mare. Mai nei suoi viaggi aveva visto un simile dipinto, mai dalle sue scoperte era rimasto stupito così tanto come dai tesori di quel mare che avevano arricchito le tavole dei romani e reso Apicio il più importante Chef di tutta Roma.

Passata l’ora del jentaculum e del prandium decise di preparare da se una semplice cena con i gamberi che ogni giorno venivano portati in ceste di vimini direttamente dai suoi pescatori. Il focolare era acceso, prese una manciata di offerte ai Lari da un’urna posta vicino al sigillum degli antenati e le gettò sui tizzoni ardenti. Sul tavolo di legno scuro erano sistemate ordinatamente piccoli contenitori di terracotta con scritte in porpora che etichettavano il contenuto, prese dei grani di pepe nero, del comino, alcune foglie di levistico e cominicò a tritare il tutto accuratamente; “passami scalogni e carote!” chiese ad uno schiavo li vicino che corse nel giardino per poi tornare quasi inciampando nella veste mentre i boccoli biondi dei capelli molleggiavano davanti ai suoi occhi ad ogni passo, porse i fasci al padrone che prese a tritarli insieme agli altri ingredienti.

Lasciò riposare per un attimo il trito e pose due pentole sul fuoco nelle quali mise poca acqua, aspettò di veder emergere le piccole bolle d’aria e nella prima gettò due manciate di gamberi che per la loro grandezza riempirono la pentola, nella seconda gettò il trito e aggiunse del miele, aceto, vino, olio, mosto cotto ed infine una salsa speciale a cui aveva dato il suo nome ma che mai rivelò. Dopo pochi minuti, continuando a mescolare con il cucchiaio di legno, il profumo della salsa si mischiò al vapore dei gamberi creando un odore armonico che inondò la cucina ed in breve l’intera villa, intimidendo lo stomaco degli stessi schiavi che, come ogni sera, si sarebbero accontentati di passare un dito lungo la parete della pentola prima di pulirla. Scolati i gamberi e posti su un vassoio, prese qualche seme di senape e lo buttò nel calderone della salsa ancora fumante, un’ultima girata e con un mestolo cosparse i gamberoni del concentrato.

Un profondo respiro rubò all’aria la nuvola di profumo che si stava spandendo, prese uno sgabello e cominciò a mangiare. Ad ogni morso sentiva sotto i denti la carne dura dei gamberi e necessitava di almeno due morsi per finirne uno, la salsa ancora calda e piccante avvolgeva il crostaceo accompagnandolo ad ogni boccone. Ancora con le mani sporche si avvicinò al divano guardando la sfera rossa che sostituiva il sole scomparire dietro l’orizzonte azzurro, poggiò il corpo sui soffici cuscini e gli occhi si chiusero mentre la notte spegneva la luce.

Le ricette descritte nel racconto sono originali

Apicio visse a Minturno famosa per i suoi gamberi

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