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Camorra, morto il pentito Carmine Schiavone: fu il primo a parlare della Terra dei Fuochi

Camorra, morto il pentito Carmine Schiavone: fu il primo a parlare della Terra dei Fuochi

Carmine Schiavone

Carmine Schiavone

E’ morto questa mattina, all’età di 72 anni, Carmine Schiavone, il pentito dei Casalesi che per primo raccontò ai magistrati della Terra dei Fuochi, dove venivano sepolti rifiuti tossici. La causa del decesso sarebbe un infarto. Da alcuni anni era uscito dal programma di protezione per i pentiti. Fecero scalpore le sue dichiarazioni sul traffico e l’interramento dei rifiuti tossici nella provincia di Caserta. Il pentito fu a suo tempo amministratore e consigliere del clan dei casalesi (cugino di Francesco Schiavone, detto Sandokan). Diploma in ragioneria, sposato con figli. Carmine Schiavone è figlio di un commerciante di agrumi e di una casalinga, anche lei Schiavone di cognome (sorella del padre di Sandokan).

Sarà affidato domani l’incarico per l’autopsia sul cadavere di Schiavone per chiarire meglio le cause del decesso dell’ex boss dei Casalesi a lungo collaboratore di giustizia, morto stamattina. Secondo quanto si è appreso Schiavone sarebbe morto in ospedale, dove era ricoverato in seguito ad una caduta nella sua casa di Viterbo, lontano da Casal Di Principe dove imperversò negli anni Ottanta. Era stato sottoposto anche ad un intervento chirurgico ma stamattina ci sarebbe stato un improvviso peggioramento delle sue condizioni che ne ha causato il decesso. Si è spento a 72 anni nella sua casa di Viterbo, lontano da Casal di Principe dove imperversò negli anni ottanta.
Boss casalese della prima ora, membro di una delle famiglie criminali più temute dell’area casertana, fu amministratore delle attività del clan. Schiavone rappresentava la “camorra imprenditrice” che investiva i proventi illegali e manovrava appalti grazie ad amministratori locali compiacenti. Primo arresto nel 1964, a soli 19 anni, per «cose di ragazzi un po’ esuberanti – a suo dire – che non pensavano a cosa potesse essere il domani», prima di diventare imprenditore nel campo della trasformazione conserviera e, successivamente, membro di spicco del clan dei casalesi.Schiavone aveva iniziato a collaborare con la giustizia nel 1993. Le sue deposizioni furono determinanti per il maxiblitz che portò a 136 arresti di affiliati al clan, operazione da cui derivò il processo «Spartacus». Anche qui le dichiarazioni di Schiavone furono al centro delle accuse. Al termine del processo furono condannati il cugino Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti, ritenuti la cupola del clan. Con loro furono condannate altre 30 persone. Finito il programma di protezione, Schiavone si era trasferito con la moglie e i figli nella Tuscia, in una casa nei paraggi del lago di Vico, dove è morto.

Il suo nome tornò alla ribalta nel 2008, quando voci raccolte dalle forze dell’ordine lo davano come possibile organizzatore di un attentato contro Roberto Saviano. Ma sulla circostanza non emersero riscontri concreti. Negli ultimi anni aveva concesso numerose interviste ai media sul traffico illecito di rifiuti nella Terra dei Fuochi. Fecero scalpore anche le sue dichiarazioni su presunti interramenti di materiale tossico in provincia di Latina e in particolare nel sud pontino.
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