Alcune considerazioni sul toponimo “Scauri”

Alcune considerazioni sul toponimo “Scauri”

francesco pratilli (Medium)“[La] superficialità o la volontà di (ri)costruire momenti della realtà passata su cui le fonti tacciono, hanno creato nuovi ‘fatti’ che per decenni sono stati ripetuti e in questo modo sono diventati componenti del nostro ‘sapere’ ”. (K. Wolf, storica, medievista).

Tutti gli storici moderni sono concordi che la Storia si fa sulle fonti e sui documenti. Così ci insegnarono nei gloriosi anni degli studi universitari maestri indimenticati, storici di pregio quali i prof. Procacci, Villari o Delogu. L’amico Miranda ha collaborato attivamente sul campo nientemeno che con Carandini e forse è il più esperto di tutti noi, piccoli “storici di provincia”. Quando però ci si attacca al fumo della pipa, come si dice a Roma, spacciando le pure illazioni per ragionevoli certezze, siamo alla fine degli studi storici, alla fine degli “Annales”. Più che di “indizi precisi e concordanti” (forse in un tribunale di Viscinski),  si dovrebbe parlare, sempre citando il linguaggio giurisprudenziale, di “Esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.  Su indizi così esigui quali anfore, elefanti e cippi confinari “di un fondo Metello”, non ci sarebbe neanche da discutere troppo a lungo. Visto l’uso comune, un’anfora nel mondo Romano ha lo stesso valore di una bottiglia di birra Moretti oggi! L’elefante non era certo simbolo prerogativa dei Metelli (citiamo a caso: Cesare, Antonino Pio, Settimio Severo, ecc.). Il cognomen (Metellus/Metelius) era ben attestato in tutto il suolo italico e le derivazioni deterministiche (Cecili) Metelli – (Emili) Scauri mancando di riscontri critici rigorosi ed oggettivi sui luoghi, rimangono quel che sono: pure supposizioni, pure suggestioni. Se troviamo sulla spiaggia un tigrotto in terracotta, questa è la prova certa che Sandokan è sbarcato a Scauri!??

  • Ma passando a questioni più congrue, continuare a cianciare di coincidenza tra cognomen e toponimo, per semplice assonanza, è roba Settecentesca, sorvolando furbescamente ed ambiguamente sul particolare che il cognomen Scaurus era legato anche ad altri gentilizi (Aureli, Terenzi, Umbrici) e che Scauritano è forma assolutamente medievale che mai si è trovata, e mai si troverà, legata agli Emili in età Classico-Romana. La stessa possessio scauriana, tramandata – si faccia attenzione – anche come scariana e sauriana nei codici che la riportano, è indizio molto molto ambiguo, soprattutto ora che si è scoperto che il primo che la associa a Gaeta ed agli Emili è un altro sparaballe inaffidabile: Giovanni Tarcagnota, storico mediocre citato dal Manzoni nella biblioteca di Don Ferrante. Enumerare a raffica le varie carte geografiche in cui compare il toponimo Scauri non si capisce dove voglia portare, visto che – bisognerebbe saperlo – spesso i cartografi si affidavano a lavori precedenti, nel nostro caso quello del Magini. E – comunque – non si tiene conto di carte ben più antiche ed importanti, come le medievali carte nautiche Pisana e Lucchese o la carta di Ortelius, che deriva a sua volta da quella del Ligorio.  Sulla carta del Mercatore, inoltre, si controlli pure, si è preso un bel granchio, visto che il toponimo che vi compare è – in realtà – la forma medievale Scauli.  Al di là dei giochetti dialettici, il secolare non approfondimento sulla questione del toponimo scaurese ha portato nel tempo ad equivoci imbarazzanti :
  • Papa Zaccaria retrocesso al ruolo di “abate” e la forma scauriis che proverebbe chissà che cosa. Infatti, sia che si protenda per la forma “marinaresca” bizantina scariis/schariis che per quella amministrativa longobarda scariis/scauriis un riferimento linguistico altomedievale è ben presente ed esistente. Cosa ci “azzecchino” gli Emili rimane inafferrabile;
  • la donazione di Sisto III alla Basilica Liberiana è inquadrata come la donazione di un territorio, quando invece essa si riferisce a donazioni “provenienti da”, cioè a materiali usati in seguito per l’edificazione della Basilica stessa;
  • i monaci cassinati, ed è un errore mai sottolineato, inquadravano il toponimo Piruli quale deformazione di Pirae, quando invece la località è viva e vegeta, presente tuttoggi ad Itri, sopra Vindicio, al confine col territorio di Gaeta. Ed è da lì che deriva il toponimo piropirano: caput  Piro,   Pire in loco Flumitica, ecc., sono infatti toponimi molto citati nel Codex Caietano ed indicano, molto semplicemente, frutteti, alberi di pere!… Come S. Giovanni a Piro (con frazione Scario…) nel Cilento,  Perano a Chieti, Piraino a Messina, Pereto nel Montefeltro (vicino Scavolo). In storia si chiama “funzione assunta dal sito” e la ricerca, la verità storica, non può tollerare l’occhio orbo che guarda solo dove conviene. E’ ricca la serie dei nomi di funzione che nel trapasso dall’antichità al medioevo hanno fatto dimenticare i nomi di luoghi e di diverse città antiche. Si pensi, nel nostro frangente, solo a Minturnae divenuta Traetto.  E Scauri è toponimo che compare solo e soltanto nell’Alto Medioevo. Un caso?

E’ difficile comprendere secondo quali linee logiche il fatto che Mario si rifugi a Minturno per sfuggire ai sicari Sillani sia una prova della presenza degli Emili, indizio tra l’altro a cui si potrebbe dare un valore diametralmente opposto (Appiano descrive l’episodio piuttosto minuziosamente…), mentre l’assoluto silenzio delle fonti, compreso il silenzio di Cicerone, amico di famiglia intimo degli Scauri, e quello di Plinio, duro fustigatore di Scauro il giovane nella Naturalis Historia e praticamente unico testimone antico a tramandarci la notizia di Pirae, siano indizi sui quali sorvolare rapidamente. Eppure le fonti classiche sono prodighe di notizie sulle abitazioni degli Emili Scauri: sappiamo che Scauro figlio vende la villa romana al Celio intorno al 52 a. C. e che la villa al Tuscolo viene devastata da un incendio. Sappiamo che Mamerco Emilio Scauro muore nel 34 d. C. e con lui finisce la stirpe. Ed è veramente curioso che nulla si sappia di abitazioni marittime talmente maestose da dare nome a un luogo, soprattutto se si tiene conto che la presenza sui luoghi degli Emili supererebbe a stento i 100 anni. Sconcertante che si sorvoli con tanta leggerezza sul fatto che il primo che associa la tradizione del toponimo Scauri agli Emili sia un falsario acclarato: Francesco Maria Pratilli. Prima del Pratilli, anno 1745, non esiste, non si trova, e non si troverà, ci scommettiamo, la “tradizione” che associa la famiglia degli Emili al borgo scaurese.

Dopo il già citato Tarcagnota e il Pratilli, altri mitomani, come il canonico Riccardelli, arricchiscono di particolari la falsa tradizione, che diviene così “patrimonio acquisito”. E’ in questa scia già tracciata che si inseriscono i contributi  e gli studiosi successivi, soprattutto quelli recenti di Coarelli & Co. che non hanno certo avuto modo né necessità di approfondire alcunché, vista  dal loro punto di vista la marginalità degli studi locali e localistici.

In religione può dominare la fede, ma negli studi scientifici dovrebbe dominare il dubbio. Il metodo Galileo recitava che tutto va dimostrato, mai creduto a priori, non ritenuto vero solo perché lo ha detto Aristotele… Figuriamoci se lo ha detto Francesco Maria Pratilli! La ricerca storica segue strade spesso tortuose: il cannocchiale i Dogi veneti lo puntarono verso la navi, Galileo verso le stelle e scoprì che aveva ragione Copernico! L’accademico Della Porta screditò subito le nuove teorie copernico- galileiane, ma il tempo e la Storia gli diedero torto.

Non si può usare sempre e comunque il sicuramente,  per meri interessi di bottega, perché si rischia di scivolare facilmente nel “sicumeramente”.

Non possediamo la verità assoluta e, nel proporre ipotesi, sbagliare è facile ma dire corbellerie pure! Non siamo, noi, impermeabili alle ragioni dell’altro, né vogliamo  certo far divenire una Guerra Santa un “semplice” dibattito, che dovrebbe svolgersi – lo ripetiamo – sulle fonti. Quindi, tralasciando le tante testimonianze inedite che abbiamo cercato, e trovato, che evidenziano toponimi simili, a volte eguali, in tutto il Mediterraneo, dall’Italia all’Anatolia, dal Tirreno all’Egeo, poniamo solo una domanda, alla quale potrebbe rispondere un insigne associato, un ordinario, un accademico dei Lincei: come è possibile che da una presunta forma latina scaurus si sviluppi una forma toponomastica scaularum , rilevata spesso in vari documenti, piuttosto importanti, dell’ Archivio Caetani tra l’inizio del 1300 e la fine del 1400? Noi una risposta l’abbiamo.
Salvatore Cardillo

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