Alla ricerca dell’identità perduta (o mai avuta)

Alla ricerca dell’identità perduta (o mai avuta)

Scauri

Scauri

L’estate che si è appena conclusa è stata molto delicata e problematica per il turismo e per l’economia del nostro comune e del Golfo di Gaeta: mare sporco, alghe rosse, crisi e calo delle presenze, emergenza immondizia, emergenza idrica, emergenza incendi. Non molto lontano da noi, alcuni efferati casi di delitti a sfondo di criminalità organizzata ci hanno ricordato (semmai ce ne fosse bisogno!) di quanto i problemi siano tanti e tali da non poter essere risolti con la bacchetta magica, ma di come, al contrario, sia necessaria un’opera sinergica tra tutti gli attori coinvolti, ognuno responsabile per la sua sfera di competenza, e, ad un tempo, ognuno indispensabile per la riuscita di un discorso sistemico a 360°.

Senza divagare troppo, vorrei portare il discorso su quelle che considero esigenze ineludibili dell’economia turistica nostrana: la diversificazione dell’offerta e la sua destagionalizzazione. Se ne parla spesso, ma il più delle volte, a mio modo di vedere, senza saper bene dove si voglia andare a parare. In un recente dibattito politico ho sentito parlare del nostro mare come della “Fiat” locale, intesa come risorsa imprescindibile, capace di creare un indotto commerciale importantissimo, e di fare da propulsore per l’intera economia cittadina e distrettuale.

Ora, premesso che non si può che essere assolutamente d’accordo sul considerare il mare come la risorsa fondamentale dell’intera zona, alcune domande vanno poste: 1) in un periodo di crisi ormai strutturale, è giusto che questa risorsa sia anche considerata l’unica (o ci si comporti, comunque, come se lo sia)? 2) una maggiore valorizzazione di questa risorsa non potrebbe anzi passare attraverso una scoperta (o riscoperta) di altri elementi di ricchezza presenti sul territorio, tali da sgravare il sistema turistico balneare di responsabilità che non può più sostenere da solo? 3) in un’area geografica sostanzialmente priva di identità precisa, sia dal punto di vista culturale che economico-sociale (in effetti, non si può assolutamente parlare di alcun tipo di “distretto” per il Golfo di Gaeta), ed in un’epoca di ridiscussione anche dei confini amministrativi (vedi l’annosa questione dell’abolizione delle province), non si potrebbe provare a rivisitare il modo di pensare l’economia locale, al di là di questi stessi confini amministrativi e regionali?

Nel tentativo di dare risposta a tali quesiti, non credo si possa ignorare il fatto che finora il mare sia stato trattato come unica risorsa, sovraccaricandolo e sovraccaricando un sistema ricettivo obsoleto ed ampiamente inadeguato alle mutate esigenze dell’industria turistica. “Solo mare” e “solo estate” hanno portato gli appartamenti e gli stabilimenti balneari a svuotarsi anche in alta stagione, mentre durante il resto dell’anno gli esercizi commerciali soffrono di una crisi profonda e apparentemente ineluttabile. Siamo sicuri che non ci siano alternative?

Chi scrive è appassionato di escursionismo, di montagna e di natura, ed è fermamente convinto delle necessità di superare determinati steccati: cerchiamo, da piazza Portanova a Minturno, dal lungomare di Scauri, oppure anche da Castellonorato o da Gaeta Vecchia, di volgere il nostro sguardo a 360°: c’è il mare, senz’altro, prima di tutto; ma ci sono anche i monti Aurunci con i loro tesori nascosti; ci sono centri storici dalla storia plurimillenaria; c’è un promontorio rimasto praticamente intatto dalla speculazione edilizia, collina boscosa e miracolosa sul mare, tra Scauri e Formia; c’è una campagna fatta di borghi semisconosciuti e di passeggiate; c’è anche una regione confinante pure zeppa di ricchezze naturali e culturali (città romane e preromane, castagneti su pendici di vulcani spenti, impronte di uomini preistorici pietrificate uniche al mondo).

Aprirsi a tutto quello che c’è “oltre” il mare, “in aggiunta” al mare, potrebbe dischiudere il nostro turismo a pacchetti più agili e di qualità, magari per weekend fuori stagione, da offrire a visitatori interessati, oltre che alla costa, anche a tutto il resto: i sentieri escursionistici sui nostri monti sono ricchi di spunti paesaggistici (una vetta di oltre 1500 m a soli 7 km in linea d’aria dal mare, caso unico nel Lazio e tra i pochi in Italia), geologici (un paradiso carsico), floristici (circa 50 specie di orchidee, delle quali alcuni endemiche), faunistici (il falco pellegrino; il pony di Esperia); la stagione autunnale offre numerose occasioni di puntate gastronomiche anche nella vicina Campania, senza parlare della presenza del tartufo sul versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo e delle relative sagre. Potrei continuare menzionando le occasioni offerte dalle destinazioni di tipo spirituale o archeologico (non piange un pochino il cuore vedere la nostra Minturnae giacere là, semisconosciuta ai più e semiabbandonata?).

Qualcuno ha deciso che noi abitiamo nel Sud Pontino, che siamo “Sud Pontini” o “del Sud Pontino”. Non è neanche chiara l’etimologia di “Pontino”, che vi si affibbia davanti il “Sud”: a Sud di che cosa? Rispetto a cosa? Mi pare che tutto ciò sia sintomatico dell’esilio identitario che da decenni affligge la nostra zona. E ciò si riverbera sull’incapacità della stessa di fare “sistema”, di aggiornarsi, di riciclarsi anche, se necessario. Senza andare a rimuginare su un passato in cui facevamo parte di “Terra di Lavoro”, si potrebbe comunque guardare al di là di antistorici confini amministrativi che nulla hanno a che fare con la fisionomia del nostro territorio, e rendersi conto della ricchezza contenuta in questo potenziale comprensorio: cercare di rompere un cerchio che porta ad istituzionalizzare perfino dal punto di vista terminologico la perifericità di un’area come la nostra, relegata di per sé all’estremità di una sub-regione come il Basso Lazio (che già di suo difetta di una forte fisionomia, eccezion fatta forse per la Ciociaria in senso stretto).

Mare, monti, campagna, cultura, spiritualità, paesaggio, gastronomia, archeologia, paleontologia: c’è di tutto, per tutti i gusti. Peccato che ci si fermi al primo passo; peccato che non si sia capaci neanche di farlo per bene, così da impedire a noi stessi quelli successivi.

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