Sogno di un pomeriggio di mezza estate

Sogno di un pomeriggio di mezza estate

Mare e barca

Mare e barca

Proprio di oggi è la notizia che, forse, qualcosa di molto importante sta succedendo sul fronte-rifiuti nel nostro paese. E’ possibile cambiare, e far sì che il sogno sia un po’ meno incubo e un po’ più sogno!

Sogno di un pomeriggio di mezza estate

L’odore del caffè era penetrato forte e aromatico nella mia stanza, svegliandomi dolcemente. Già sentivo la voce squillante di mia cugina Antonella che parlava in cucina con mia madre. Scesi di corsa: non volevo perdermi un solo attimo di quella giornata! Quando mi vide, Antonella sorrise radiosa. Giunta la sera prima dalla città per le vacanze estive, era entusiasta ed eccitata,mi disse, parlando a raffica come il suo solito: “Buongiorno Riccardo! Andiamo al mare, portami a vedere il paese! Mi sono affacciata dalla finestra appena svegliata, ed è bellissimo!”

La pelle abbronzata, i capelli biondi, gli occhi azzurri: era lei ad essere bellissima. Aveva un anno in più di me e, guardandola, pensai davvero che quell’estate con lei in spiaggia, per le stradine del paese, per il lungomare, sui monti, sarebbe stata un vero e proprio sogno, come lo può essere l’estate per un quattordicenne.

“Scendiamo, andiamo al lido!” le dissi contento.

Corremmo giù, presi la mia bicicletta dal garage e lei mi guardò perplessa: “E io come vengo, a piedi?” Sorrisi: uscendo dal cancello del nostro condominio facemmo una deviazione sulla strada principale. A pochi metri di distanza dall’incrocio vi era una rastrelliera con biciclette tutte uguali parcheggiate. Inserii nella colonnina la tessera che mi aveva dato mia madre e sbloccammo una bici per Antonella. Per pochi euro mia cugina l’avrebbe avuta a disposizione per 24 ore.

La pista ciclabile che conduceva al lungomare era ben tracciata e sicura: da quando, alcuni anni prima, il comune aveva iniziato con questa storia delle piste ciclabili, il paese mi sembrava cambiato, più bello, più… umano. Ricordo che ai primi tempi la gente protestava: i vigili erano inflessibili e facevano multe a chiunque parcheggiasse sulle strisce della pista ciclabile o la invadessero con i motorini. Poi, pian piano, ci si abituò: ora non credo che io sarei riuscito a sopravvivere al rumore e al frastuono che mi ricordo c’erano quando ero piccolo.

Ci fermammo un attimo perché Antonella doveva sistemarsi il laccio ai capelli. Sobbalzammo al clacson di un mezzo dietro di noi: chi poteva essere a quell’ora sulla pista ciclabile? Ci girammo, e vedemmo la lambrettina elettrica (per questo non avevamo sentito il rumore del motore!) dello “spazzino”, alquanto contrariato dal fatto che ci eravamo fermati proprio di fronte al cassonetto del vetro, mezzo mimetizzato ed incassato nel fondo stradale: quel giorno infatti passavano a raccogliere il vetro, e per questo fuori di alcuni cancelletti si trovavano varie bottiglie e recipienti, come messi in esposizione.

Proseguendo, una persona raccattava con l’opportuna paletta la cacca del suo cane, cosa che divertì Antonella e che disgustò un pochino me: ma d’altronde, come sarebbe stato altrimenti possibile lasciare il marciapiede sporco? Sfrecciammo di fronte all’area giochi del Porticciolo, a quell’ora ancora chiusa: tra circa una mezz’oretta sarebbe venuto il sorvegliante ad aprirla per la gioia dei bambini.

Passammo di fronte alle insegne dei vari locali e dei vari alloggi per turisti: bed and breakfast, affittacamere, pensioni, semplici appartamenti per le vacanze erano pieni più del solito. Per strada c’era ancora poca gente, ma si cominciavano a vedere famiglie con bambini biondissimi e dalla pelle chiarissima, sorridenti, felici di poter godere di quel clima per loro così piacevolmente caldo. Più tardi sarebbero scesi in spiaggia anche gli ospiti delle varie città italiane, desiderosi di tuffarsi nel mare pulito. Il nostro mare.

In breve, anche noi giungemmo alla spiaggia, il Lido “Mari del Sud”.

Passai una mattinata favolosa. Mi venivano un pochino i nervi solo quando ragazzi più grandi di me (anche di quattro o cinque anni!) si avvicinavano ad Antonella sembrando che se la volessero mangiare. Lei sorrideva, parlava un po’ con loro, poi tornava verso di me e dai nostri amici. Ad un certo punto, sotto l’ombrellone mi chiese: “Che facciamo oggi pomeriggio? Mi porti a vedere qualcosa qui nei dintorni? Cosa c’è da vedere?”

Rimasi un po’ così… non è che potevo fare quello che volevo, data la mia età. Comunque, era estate, ero stato promosso a scuola, e di possibilità ce n’erano molte, anche per un quattordicenne: Erano attivi vari servizi navetta: ogni ora dalla mattina si poteva andare al vicino Parco Naturale Suburbano; il servizio si intensificava durante il pomeriggio, quando si potevano raggiungere anche l’Area Archeologica del Teatro Greco e il Centro Storico medievale, senza parlare del traghetto con cui si potevano visitare gli altri centri del Golfo. Bastava un credito aggiuntivo sulla stessa tessera che avevo utilizzato per noleggiare la bici. Poi… stavo già pensando al weekend, quando l’Ufficio Turistico locale, in collaborazione con quelli degli altri comuni limitrofi, organizzava gite ed escursioni sui monti: quell’estate i monti dietro casa li volevo proprio visitare! Insieme ad Antonella!

Ad un tratto, vidi che lei mi guardò strana, quasi stravolta. Le chiesi: “Cosa ti succede?” Ma lei iniziò ad urlare, e continuava a cambiare espressione, con i lineamenti che iniziarono a contorcersi. Mi spaventai. In maniera molto maleducata mi stava intimando di restituire il pallone a suo figlio! Suo figlio? Come poteva essere? Come era possibile che non riconoscessi più la mia bellissima cugina, ora divenuta una signora di oltre quarant’anni, brutta e sguaiata? Guardai meglio: un pallone aveva riempito di sabbia l’asciugamano dove mi ero addormentato. Un bambino di circa dieci anni, dai fianchi pieni di adipe, si era allungato per recuperare la palla, calpestando e continuando a sporcare l’asciugamano con i suoi piedi luridi di sabbia umida e appiccicosa.

Mi misi a sedere, stravolto! Mi ero addormentato in spiaggia! Dal sogno più bello all’incubo della realtà: l’ennesima estate al mio paese. Le alghe rosse, nutrite dalla solita poltiglia proveniente dal mare alla solita ora, sempre allo stesso solito, apparentemente inspiegabile modo avevano invaso tutta la battigia. Il mare era una broda indegna, mentre il sole picchiava implacabile. Madido di sudore, assetato e sfinito, decisi di rientrare in casa. Mentre salivo dalla spiaggia al lungomare, il gestore del chiosco mi guardò in cagnesco, risentito del fatto che non compravo mai niente da lui, dato che non mi andava di pagare 2 euro per una bottiglietta d’acqua. Attraversai il lungomare con molta attenzione: le auto sfrecciavano veloci, piene di turisti-pendolari frettolosi e animati dall’obiettivo di trarre il massimo dalle poche ore di svago che avevano a disposizione prima di rientrare la sera, più stressati di com’erano venuti.

L’entrata della traversa di casa mia era annunciata visivamente dal mucchio di immondizia che si era accumulato fuori dai cassonetti, dopo un paio di giorni di mancato ritiro. Avvicinandomi, l’odore diveniva inconfondibile, insopportabile. Rientrai a casa, sbarrai la porta e accesi il condizionatore. Chiusi gli occhi e serrai i pugni.

Antonella. Già. Era davvero bellissima, biondissima. Venne qualche anno fa in vacanza qui. Me ne innamorai, credo. All’epoca ero piccolo e non posso dirlo con certezza ma credo che sì… me ne innamorai. Non tornò più: mia zia rimase delusa dal livello dell’offerta turistica della zona e decise che le vacanze, la sua famiglia, le avrebbe trascorse altrove. Chiamala scema!

Quanto a me… l’anno prossimo mi sarei diplomato e poi… l’università o la ricerca di un lavoro da qualche parte: Roma, Milano, da qualsiasi parte. Ma me ne sarei andato.

Marco Tarantino

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